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Class Action Procedimentale

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"Class Action procedimentale" di Bari

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Un malinconico pensiero
Scritto da Associazione Class Action Procedimentale   
Lunedì 15 Luglio 2013 18:02

Dal sito di "repubblica.it":

L'INTERVENTO

Un malinconico pensiero
agli espulsi senza nome

L'ancora oscura vicenda di Alma Shalabayeva e di sua figlia mostra in filigrana la sorte di altre migliaia di persone. Ogni mese, dai CIE italiani, una moltitudine di persone anonime, spesso senza avvocati e senza alcuna risorsa, né tutela o relazione, vengono caricate su aerei ("vettori") e riportati in paesi da dove sono fuggiti perché perseguitati, minacciati, discriminati o semplicemente disperati

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Ultimo aggiornamento Lunedì 15 Luglio 2013 22:46
 
Papa Francesco a Lampedusa: «No a globalizzazione dell'indifferenza»
Scritto da Associazione Class Action Procedimentale   
Martedì 09 Luglio 2013 10:06

Papa Francesco a Lampedusa: 

"No a globalizzazione dell'indifferenza"

Visita conclusa. In 10mila per la Messa. L'incontro con i migranti. La forte simbologia delle azioni del Pontefice.

 
Ultimo aggiornamento Mercoledì 10 Luglio 2013 09:51
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CIE Bari: denuncia Manconi dopo visita
Scritto da Associazione Class Action Procedimentale   
Lunedì 01 Luglio 2013 21:00
 

Io, espulso dall'Italia dopo trent'anni ma ormai non so più nemmeno l'arabo"

BARI - «Senato’, m’hanno detto che mi riportano nel mio paese. Benissimo, allora fateme uscire da qui. Perché io sto già nel mio paese». Fuori diluvia, eppure è estate. Ma il cortocircuito di Cherif, l’ italiano clandestino, è un ossimoro ancora più efficace. Cherif ha poco più di cinquant’anni. Da trenta vive in Italia. Ha tre figli nati a Pomezia, dove da sempre lavora come carrozziere: uno è maggiorenne con passaporto e cittadinanza italiana, gli altri due aspettano i documenti al compimenti dei 18 anni, «come El Sharawy e Balotelli, ha presente?». Parla con una marcata cadenza romana: «Me portano li giornali in arabo. E chi lo sa l’arabo, senato’?». Cherif da qualche settimana è rinchiuso nel Cie di Bari, in attesa di espulsione verso il «suo» paese, l’Algeria. Dopo cinque anni in carcere peruna storia di droga, il giudice di sorveglianza lo ha bollato come "pericoloso", ritirandogli il permesso di soggiorno. «Ero a casa mia, con mia moglie e i ragazzi. Sono venuti i carabinieri e m’hanno detto, devi tornare in Algeria. Ma che ci vado a fare? Io ci manco da una vita. Ho sbagliato, questo sì, ho pagato ma non cacciatemi: io sono italiano».

Questo signore, la sua tuta di acetato blu, le ciabatte di plastica «è la prova del paradosso e della pericolosità che queste strutture possono produrre» spiega Luigi Manconi, senatore del Pd e presidente della commissione Diritti Umani di Palazzo Madama che sabato ha voluto visitare il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Bari. Non è un caso che lui (insieme con le sue due assistenti, Valentina Calderone e Valentina Brinis e la funzionaria del Senato Vitaliana Curiglia no) abbia scelto proprio questo posto per cominciare un viaggio nei Cie italiani: l’International Herald Tribune e il Die Spiegelnelle scorse settimane avevano denunciato le condizioni «inumane» dei centri, citando Bari tra i casi più eclatanti. «Casi raccapriccianti che non assicurano agli immigrati una necessaria assistenza e il pieno rispetto della loro dignità» aveva scritto il perito del tribunale di Bari un anno fa, costringendo la Prefettura a effettuare nuove opere all’interno della struttura. Alcuni lavori sono conclusi. Altri partiranno a breve. L’ingegnere arriverà presto a controllare lo stato dell’arte in attesa -dopo la class action presentata dall’avvocato Luigi Paccione che il tribunale civile (ma c’è anche un’inchiesta della Procura) si esprima sull’eventuale chiusura della struttura.

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